La gente sui mezzi pubblici

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Allora Kappa, come ti ho già più volte detto, non puoi cominciare a parlare di un soggetto senza collocarlo in un ambiente. E’ come iniziare un discorso a metà. Un film non parte mai con un leone che corre, anche perché sarebbe impossibile, deve necessariamente trovarsi da qualche parte, no? Sarebbe impossibile collocarlo in un vuoto assoluto. Anche perché, poraccio, ci schiatterebbe senz’aria. Si scorge l’orizzonte, le vibrazioni dell’aria che trema a causa del calore che si alza dal suolo, una grande distesa e infine l’inquadratura stringe sul felino. E’ facile, no?

Sì, sì, ce l’ho. Chiudi gli occhi e immagina, ricorda. Ah se chiudi gli occhi non leggi, giusto. Bè non chiuderli allora.

Milano, è un tardo pomeriggio di un giovedì qualsiasi, di una settimana qualsiasi, di un anno qualsiasi. Un giorno a caso insomma. Centro città, sono le 18:00 quando, come per un accordo inciso nell’intimo dell’animo umano sin dai tempi antichi, dall’origine delle origini,  ogni impiegato d’ufficio, mamma, bambino, anziano, muratore bergamasco, membro di un circo che non è mai esistito prima di quel momento, donna di mezza età che ha appena acquistato l’intera Rinascente facendosela riporre in diecimila comodi sacchetti semirigidi, compagnia di preadolescenti ululanti ed in calore e pure la coppia di Leocorni che finalmente si è capito dove minchia stava, decide di riversarsi per le strade. Tutti, come uno stormo di uccelli migratori di un’unica specie, dopo aver sentito il richiamo delle sei del pomeriggio dettato dai rintocchi del proprio orologio biologico sanno dove andare. Nessuna legge fisica, sociologica o zoologica, è ancora riuscita a spiegarsi perché tutto ciò accada, ma loro sanno dove andare. Come tante gocce d’acqua si riuniscono incanalandosi per i corsi del centro storico, come un fiume, cominciano a scorrere nella vallata che li condurrà alla loro meta finale: il tuo tram, autobus o metropolitana. Non importa quale sceglierai per tornare a casa, prima ancora che tu abbia mosso i primi passi, prima ancora che il tuo stesso cervello si sia posto il quesito, loro leggono il tuo subconscio a distanza, preparandosi ad abbandonare tutto ciò che stavano facendo sino ad allora per seguirti. Il loro istinto li guida da te. Loro sono qui, vicino a te, troppo vicino a te, sono qui per privarti della possibilità di goderti il momento in cui finalmente realizzi di stare tornando a casa dall’amore della tua vita: il tuo pigiama. Ti seguono, ti precedono e ti aspettano, fino a quel momento in cui realizzi che ormai per te è troppo tardi, come una gazzella oramai esausta, capisci che il tuo momento è arrivato. Stanno salendo con te. Tutti.

Mentre preghi che l’aria condizionata inizi a funzionare, non tanto per stare al fresco, quello è impossibile, ma almeno per avere una parvenza di ricambio d’aria, una speranza che il tuo ritorno a casa non risulti essere più simile ad una deportazione, ti guardi attorno. Altro non puoi fare. Lo spazio vitale è così ridotto che anche solo pensare di poter tirare fuori il telefono dalla tasca per guardare casi umani su Instagram pare essere un’utopia. Ma d’altra parte non ti serve andare sui social quando davanti a te hai uno zoo. Quando ci sei in mezzo.

Da molti anni a questa parte lavoro in centro a Milano e nel corso dei vari esodi di cui sono stato partecipe ho osservato, analizzato, catalogato e ovviamente disprezzato, le varie tipologie di “Homo-rincasantes”. Con mia somma gioia, oggi voglio condividere con voi i miei studi.

  • La mamma con il passeggino. Alcuni regolamenti, tra cui quello del reciproco rispetto (ma anche quello della maggioranza dei mezzi pubblici, eh), prevedono che i passeggini vengano chiusi e il bambino preso in braccio. Capisco che se tieni tuo figlio in passeggino fino a dieci anni, ma alcune mamme anche fino alla prima laurea del pargolo, possa essere difficile per te tenere in braccio un simile peso. Però a quel punto immagino che abbia almeno imparato a stare in piedi, no? Niente, non ho mai visto una persona chiudere un passeggino. O forse non si chiudono affatto? Ti entrano negli stinchi come il più agguerrito dei difensori alla sua ultima finale di mondiale, incuranti dei diritti umani degli sfortunati che hanno attorno e ovviamente l’idea di chiedere almeno scusa non rientra minimamente tra le loro premure. Tra l’altro non so se avete notato come negli ultimi anni i passeggini tendano ad essere simili nelle dimensioni a delle monovolumi. Cosa che mi fa pensare: è davvero un cucciolo d’uomo quello che ti porti in giro o stai allevando un maialino?
  • Per la categoria mezzi sui mezzi pubblici non poteva non essere nominato lui: l’uomo con la bicicletta. Ma io dico, non ti sfiora minimamente l’idea che nel portare un mezzo di trasporto su un altro ci sia qualcosa di sbagliato? E poi, se hai comprato, trovato, rubato una bicicletta, non puoi usare quella per tornare a casa al posto di prendere parte a questa simulazione ben riuscita di sardine in scatola?
  • Le mamme con bambini. Tu hai voluto portare avanti la specie umana, non ti chiedo quale malsana idea ti abbia spinto a farlo, è stata una tua scelta e non è questo il momento di sindacarla. Però ti chiedo, se è difficile notare le differenze tra il tuo pargolo e un diavolo della Tasmania alimentato fin dalla nascita solo con droghe eccitanti, non è il caso di sgridarlo? Schiaffeggiarlo? Sedarlo? Rinchiuderlo in un labirinto? Venderlo per denaro ad un circo? Iscriverlo ad una corsa di cavalli? Perché se il tuo bambino se ne va in giro per tutto il tram urlando, frignando, arrampicandosi e correndo, un po’ il cazzo lo rompe eh;
  • La gente al telefono. Capisco, poco, la tua voglia di condividere con chi ti sta accanto la tua giornata ed i tuoi problemi, però magari non interessa esattamente a tutti e purtroppo qualcuno potrebbe non avere le cuffie. Ci sono i social per questo. CHE CAZZO GRIDI AL CELLULARE. Ma poi come fanno a sentirti dall’altro capo della linea? Qual è il segreto? Quando malauguratamente ho bisogno di fare una telefonata mentre sono in viaggio è un continuo “Cosa? Non ti sento! Che hai detto? Non capisco, sento solo il rumore delle rotaie!”;
  • Chi non si accorge di dover scendere. Io non so come viva la gente. Ogni volta che prendo un mezzo pubblico, nuovo o abituale che sia il tragitto, ho sempre l’ansia di perdere la fermata e di dover scendere a quella successiva, sarà che mi è successo svariate volte vista la mia capacità di concentrazione pari a quella di una farfalla. Cerco quindi di avvicinarmi alle porte man mano che la mia fermata si avvicina, così da non dover arrivare a spodestare la regina d’Inghilterra per dover scendere in fretta e furia. Invece no, loro sono lì, placidi, rivolti al loro cellulare o immersi in chissà quale pensiero, esattamente nel punto del vagone più lontano dalla porta con davanti a loro un numero di persone pari a tutta la popolazione del continente asiatico fino a quando non si aprono le porte. In quel momento qualcosa folgora il loro cervello, il lampo che ha ridato vita al cadavere di Frankenstein attraversa l’interezza del loro corpo, la scintilla della vita. Improvvisamente nulla ha più importanza, ogni giorno un imbecille si sveglia e sa che dovrà correre più veloce della chiusura delle porte. Ogni giorno le porte della metro si animano e sanno che dovranno chiudersi più velocemente dell’imbecille, ma non tanto più velocemente, altrimenti non potranno tagliarlo in due metà esatte. Ma lui corre, corre che neanche Bolt alle olimpiadi, come un vichingo si fa strada tra orde di nemici, schiere e schiere di eserciti avversari, scavalcando e calpestando, brandendo la sua leggendaria spada chiamata “Scusi devo scendere”. Scusi un cazzo, non ti potevi svegliare prima? A volte si salvano, a volte il karma si ricorda di loro e li vedi spiaccicarsi contro le porte e provare a far finta di nulla.
  • La gente davanti alle uscite. Dio si è ricordato di te. Oggi è l’anniversario della prima sofferenza che ti ha inflitto e per celebrarlo decide di farti un regalo: l’autobus è semivuoto. O più semplicemente hai preso mezz’ora di permesso da lavoro per evitare di dover essere vittima del supplizio del rientro anche oggi. Ma la vita è bastarda, ricordalo sempre. Non importa quanto tu possa impegnarti per fuggire alla tua sfiga, lei sa dove stai andando ed è più veloce di te, quindi ti aspetta lì. Un vecchio proverbio, africano mi pare, recita: “Il destino ti attende sulla strada che hai scelto per evitarlo”, ecco, rende l’idea. Vedi arrivare il tuo autobus, con tutto quello spazio vitale a disposizione, ma mentre cerchi di nascondere la lacrima di gioia che scende dal tuo occhio destro, arriva la disillusione: davanti ad ogni porta c’è un gruppo di due-tre persone ferme. “Staranno per scendere” provi ad illuderti mentre il bus rallenta per fermarsi. Invece no. Li vedi, fermi, statuari. Demoni inviati direttamente da Lucifero per opporsi fisicamente al tuo cammino verso la tua pigiama-felicità. Puoi nettamente leggere il marchio della Bestia sulla loro fronte, ma hai lasciato il kit per l’esorcismo nell’armadietto a lavoro e quindi non ti rimane che chiedere permesso. Purtroppo però loro non parlano la tua lingua, hanno le cuffie, ti ignorano o sono manichini di H&M. Non si sa perché, ma ogni volta che devi salire sull’autobus lo stronzo davanti alla porta non deve scendere e non si sposta, quasi volesse farsi baluardo a difesa del suo territorio, così tu, pregando che non abbia anche fatto pipì sull’angolo per tenere lontani gli altri maschi, sei costretto a ricorrere agli insegnamenti zen per non insultargli le ultime cinque generazioni e a quelli del corso di arrampicata che hai fatto nel ’95 per scavalcarlo.
  • “Scende?”. No, mi ha mandato qui Satana per ostacolare il cammino verso il pigiama di quello lì, lo vede? Quello sfigato sotto la pioggia. Ero sul tram qualche giorno fa, mi si avvicina una coppia di signori anziani e mi pongono la fatidica domanda: “Scende?”. Ho già smesso da qualche anno di essere turbato dal fatto che mi venga dato del lei, una parte di me prega sempre sia per rispetto e non per vecchiaia. Illuso. Ad ogni modo rispondo con un semplice “Sì” e accenno un sorriso. Ero in prossimità delle porte, ma evidentemente mi sono espresso in aramaico antico oppure in qualche lingua “Sì” vuol dire no, perché entrambi mi hanno scavalcato per mettersi davanti a me. Oppure erano messi satanici anche loro? Non ci avevo pensato fino ad ora. Poi ci sono quelli che ti chiedono se scendi, ma una volta sceso li vedi rimanere sul tram e ti chiedi se semplicemente volessero farsi i fatti tuoi o siano spie della CIA che complotta per tenere lontani le persone dai loro pigiami e i loro letti. Al momento non ho certezze di quest’ultima tesi, ma sto raccogliendo prove a riguardo per cui nel caso abbiate anche voi qualcosa fatemi sapere.

 

Mi auguro per voi che non abbiate letto questo post dalla versione mobile di wordpress, che non stiate tornando a casa proprio in questo momento. Io sono in pigiama. Ce l’ho fatta, l’ho raggiunto, sappiate che c’è speranza, non mollate mai.

Buon rientro.

 

K0

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