Albedo

Immagine dal web

In albedo di vita mia

l’orbe stolto scelsi,

il bagliore scemo seguii.

Per dolori e rovi mi condusse

sino a ripa di burrone.

Quivi con li occhi all’aere rivolti

serpeggiai danzante su ‘l confine,

pascendo me stesso d’illusione,

m’estasiai d’apparenza

degli incuranti traumi disaccorto.

Ma lo buon astro

che d’esistenza mia si cura

inciampar mi fe’

e lo capo il suol baciar.

Tosto che li occhi apersi

scorsi un orbe argenteo

funger da specchio ad altro lume.

Seppi allor quanto errato avessi,

dei dolor m’accorsi,

ma ad essi un maggior ne aggiunsi.

Rivelatomi che la risorsa mia gettai,

sconforto e forza tornaron,

al cammin della nuca mi rivolsi

e seppur la via i’ conoscea,

non mancai d’inceppar e di ferir.

Ahi quanto dolor in veritate giace.

Non di giocosi sorrisi

o di zuccherine labbra mi nutrii,

ma di smascherate menzogne

e lor ferite scoverte.

Il sangue vecchio pulii,

la pelle mia lo vero sol baciò novamente,

assassino mi feci

dei subdoli ospiti

che la mente mia pienavano,

alla luce costrinsi l’orbe mio

come malato che d’amara medicina si pasce.

Di rifiorir mi sia dato

che dell’errare mio m’accorsi,

per quant’amara linfa divenisse

mai più permutarla io vorrò.

Possa l’orbe destro

vegliar in mia rubedo.

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