Oggi.

Canova: Amore & Psiche

Ti ho sognata. Ancora. Eri sdraiata a pancia in su. Le mie spalle, opposte alle tue, sorreggevano la tua testa. Le tue, la mia. Cullandola dolcemente, ho sollevato la tua montagna di capelli e l’ho appoggiata a terra. Su di essi ho adagiato la tua testa. Ti ho sorriso e spingendomi verso di te, ho baciato il tuo labbro inferiore. Di contro hai fatto lo stesso. Ti ho sorriso ancora.

Un bacio. Un semplice bacio. E’ cominciata così. Lo ricordi ancora? Quel maledetto giorno, quel maledetto appuntamento di lavoro, quel tuo maledetto ufficio. Era il 12 febbraio, pioveva. Mi hanno fatto accomodare ad aspettare che tu arrivassi. Non sembrava fosse una stranezza che tu fossi in ritardo. Quando hai spalancato quella porta non ho avuto modo di sentire le tue scuse. Ero troppo impegnato a riprendere fiato, a cercare di cancellare quella mia espressione inebetita, a ritrovare l’uso della parola. Quanto ci abbiamo messo a darci il primo bacio? Mezz’ora? Potrei giurare ci siano voluti anni. Sento ancora il sapore e l’odore della tua saliva. Se non fosse stato per il telefono del tuo ufficio che non si ostinava a smettere di squillare probabilmente saremmo ancora lì.

La seconda volta non fu più facile. Almeno fino al secondo giro di spritz. “Beviamo una cosa e ci salutiamo”. Finimmo a spogliarci tra le scomodità di un sedile posteriore, in pieno centro città alle cinque del mattino. Quando la vita degli altri stava per ricominciare all’alba di un nuovo giorno noi stavamo tornando a casa. Ognuno la sua. Entrambi con una propria vita da ricominciare. Fu quella sera che ebbe inizio la fine.

Ci rifugiavamo nel tuo ufficio in pausa pranzo a mangiarci a vicenda, buttando i vestiti ovunque, finendo sempre su quel dannato pavimento che ancora i miei gomiti e le mie ginocchia ricordano. Ci ritrovavamo in un motel il giovedì mattina per tentare di sfuggire alle nostre vite, come se fosse possibile, a graffiarci per provare ad appartenerci, a prenderci senza sosta, anima e corpo, per tentare di fonderci in una cosa sola. Non desideravamo altro. Quell’insensato desiderio di fusione ci faceva bruciare di giorno e ci torturava la notte. Non mangiavamo e non dormivamo. In palestra il sudore ci ricordava dei graffi, dei morsi. Le ferite non facevano in tempo a guarire e di settimana in settimana si rinnovavano continuamente. Non bastava, non bastava mai. Non importava quante volte e in quanti modi prendessi il tuo corpo, in quanti tentassi di strapparti l’anima. Non bastava. Non esistevi che tu. I ricordi del nostro tempo assieme lasciavano spazio solo al cercare di trovare altro tempo da passare con te.

Stavamo sprofondando dimenticandoci di respirare. L’ossessione di impossessarci dell’altro ci trascinava verso il fondo di un oceano così scuro da non vedere nemmeno il peso che avevamo incatenato alle nostre caviglie.

Il bruciore del primo respiro fu molto più doloroso di quello dei graffi accumulati negli ultimi mesi. Quello del realizzare che non saremmo mai riusciti a vivere insieme alla luce del sole lo fu ancora di più. Ben presto finimmo con l’odiarci. Tutto finì col remarci contro. Remavamo in direzioni contrarie condannandoci a rimare fermi, ruotando su noi stessi. Facendolo ci rinfacciavamo l’un l’altra le ferite che ci eravamo inflitti. Le stesse cose che ci avevano avvicinato, che avevano provato ad unificarci, ci divisero. L’una sull’altra costruirono un muro così spesso che appena fu abbastanza alto da farci sparire alla vista dell’altro le lacrime non poterono abbatterlo. Spostammo i graffi dalle schiene alle nocche, ma l’unico risultato fu quello di dipingere il nostro lato del muro con la nostra pelle ed il nostro sangue. Non si mosse. Non vacillò. Il dipinto che ognuno aveva realizzato dal suo lato ricordava ad entrambi quanto male ci fossimo fatti e quanto bisogno avessimo di voltarci e camminare in direzioni opposte. Come se a quel muro avessimo conficcato un chiodo per tenere ben salde le nostre anime allontanarci da esso fu il dolore più grande delle nostre vite.

Oggi ancora mi torni in mente quando non sono assorto in qualche mio pensiero. Ancora ti odio per il male che mi hai fatto. Ancora ricordo il bruciore dei graffi e il dolore dei morsi. Ancora sento il sapore e l’odore della tua saliva. Oggi non voglio sapere se tu sia felice e neanche se tu sia viva. Oggi non voglio neanche provare a concepire che tu possa avere una vita senza di me. Che tu possa essere quello che non sei stata con me: felice.

Oggi io ti amo ancora.

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